È illegittimo che sia una Regione a vietare l’installazione sul suo territorio di impianti per la produzione di energia nucleare, di fabbricazione di combustibile atomico e di stoccaggio di rifiuti radioattivi. Lo ha sentenziato la Corte Costituzionale bocciando le leggi regionali di Puglia, Basilicata e Campania che, attraverso una norma, avevano precluso l’installazione di centrali nucleari, violando però in questo modo – secondo i giudici – la legge nazionale. Nel dettaglio, le tre norme regionali sono state bocciate dalla Consulta perché, in assenza di un’intesa tra Stato e Regioni sul nucleare, esiste una competenza esclusiva dell’amministrazione centrale in materia di tutela dell’ambiente e di sicurezza.
Non è la prima volta che la Corte costituzionale affronta la spinosa questione del nucleare. E non sarà neanche l’ultima. L’estate scorsa la Consulta ha infatti rigettato i ricorsi con cui dieci Regioni (Toscana, Umbria, Liguria, Puglia, Basilicata, Lazio, Calabria, Marche, Emilia Romagna e Molise) avevano impugnato la legge delega 99 del 2009 con cui il Governo ha fissato i principi generali per il ritorno del nucleare in Italia.
Nel frattempo sul tavolo della Corte Costituzionale è in arrivo il quesito referendario promosso dall’Idv di Antonio Di Pietro contro il ritorno del nucleare in Italia. Il quorum delle 500mila firme necessarie sarebbe stato raggiunto.
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